
Spesso, durante le visite, incontro molte persone che assumono dolcificanti ogni giorno. L’idea è quella di una scelta più salutare e maggiormente in linea con una cura della salute, ma siamo sicuri che sia effettivamente questo il risultato?
A causa di questo uso e consumo eccessivamente frequente, ci tengo a scrivere qualche riga sui dolcificanti artificiali, con riferimento alle ultime linee guida (di cui vi lascio il link, nel caso in cui voleste approfondire l’argomento)

Questi alimenti non rientrano nella categoria “zuccheri”: secondo l’Oms, gli zuccheri aggiunti non dovrebbero superare il 10% delle calorie giornaliere (e questo già lo sapevamo), ma ciò non significa che basta sostituire lo zucchero con un dolcificante come la stevia o l’aspartame per continuare a consumare alimenti e bevande dolci (questo invece, è molto meno scontato!)
In altre parole, “i dolcificanti non devono essere utilizzati come strumenti per perdere peso o per ridurre il rischio di malattie non trasmissibili”.
Così si legge nella bozza delle nuove linee guida sull’uso degli edulcoranti, che contiene anche una definizione dei dolcificanti come sostanze (naturali o artificiali) che non possono essere classificate come zuccheri e non contengono calorie (tra poco vi riporto l’elenco).
Prima di vedere insieme se l’utilizzo di questi alimenti può aiutare a mantenere e/o ridurre il peso corporeo… cerchiamo di capire quali e cosa sono i dolcificanti chimici.
Nelle linee guida vengono citati il sucralosio, l’aspartame, la saccarina, l’acesulfame-K, il neotame, l’advantame, la stevia, il monk fruit (o frutto del monaco).
Attenzione però: vengono esclusi invece gli zuccheri derivati dall’alcol, così come, tra i destinatari, i diabetici, che devono seguire regole specifiche.
Nelle linee guida (che tendo a specificare essere una ancora una bozza) sconsiglia l’utilizzo dei dolcificanti chimici e sottolinea in modo esplicito come tutti questi dolcificanti siano utilizzati per produrre alimenti di scarsa qualità, a pieno titolo ascrivibili al junk food. Il concetto di salutare/non salutare quindi è molto più ampio e non solamente legato al semplice utilizzo di questi prodotti.
Obiettivo del marketing alimentare è proprio quello di attirare clienti seducendoli con l’idea delle calorie zero, non certo quello di aiutare i consumatori ad adottare una dieta più sana.
In altre parole, sostituire lo zucchero con un dolcificante non rende migliore un alimento povero dal punto di vista nutrizionale, anzi.
E adesso arriviamo ad un punto importantissimo: la calorie. Anche se questi prodotti non sono sono il massimo da un punto di vista nutrizionale, almeno sono ipocalorici rispetto ai “fratelli” sulla concorrenza ricchi di zucchero … questo ragionamento potrebbe essere corretto, ma un risultato emerso dalla metanalisi presente nelle linee guida, smentisce questa idea.
Anche se nell’immediato ci può essere qualche beneficio sul peso, si legge ancora nel testo, si tratta di effetti che non durano.

Inoltre, nel lungo termine, sono le conseguenze negative a prevalere, compresi un aumento del rischio di sviluppare diverse malattie quali il diabete, l’obesità e le patologie cardiovascolari, nonché qualche possibile pericolo in gravidanza, per esempio di parto prematuro: effetti che sopravanzano decisamente i possibili benefici del breve periodo.
Significa quindi che sì, per quello specifico alimento le calorie posso essere inferiori, ma che queste scelte non incidono sul bilancio settimanale e mensile che va a determinare il peso corporeo e/o la presenza di alterazioni metaboliche.
Come già vi ho anticipato prima, le linee guida non sono ancora state rilasciate in versione ufficiale e, l’utilizzo del condizionale nell’elencare i possibili effetti collaterali di questi dolcificanti, fa molto discutere: esistono infatti molti pareri discordanti.

Il FoodNavigator (associazione che riunisce alcuni dei più grandi produttori o utilizzatori al mondo di dolcificanti) prende le distanze dal contenuto della bozza, affermando i benefici di queste sostanze nel controllo del peso. La Internationa Sweeteners Association, al contrario, sottolinea come alcuni dolcificanti stimolino il rilascio di insulina senza alterare la glicemia.
Probabilmente non è ancora possibile giungere a un verdetto definitivo e non c’è accordo scientifico. Probabilmente ciò dipende dal fatto che quasi sempre si considerano queste sostanze come un unico gruppo, mentre ciascuna, in tutta evidenza, ha le sue caratteristiche metaboliche, e di nessuna o quasi sono note nel dettaglio le interazioni con il microbiota intestinale, ad esempio.
Non stiamo parlando della stevia aggiunta, di tanto in tanto, al caffè, ma ad una presenza quotidiana e giornaliera di sostanze chimiche.
Proviamo a trarre alcune conclusioni per portarci a casa un’idea un pochino meno confusa dell’argomento:
L’inferiore valore calorico di alcuni alimenti, non li rendono adeguati al loro consumo quotidiano. Non è che si debbano assolutamente evitare i dolcificanti, ma solo che non ci si debbano attendere grandi vantaggi da un loro consumo né sul peso né sul rischio di malattie. L’accento andrebbe comunque posto sul consumo di junk food e sull’importanza di avere un’alimentazione più corretta.
